Danakil l’inferno che respira
Danakil, l’inferno che respiraViaggio nel luogo più estremo della Terra
C’è un punto dell’Africa orientale in cui il pianeta sembra ancora in costruzione. La crosta si assottiglia, il magma affiora, il mare di un tempo è diventato una lastra di sale accecante e l’aria, per buona parte dell’anno, brucia come il respiro di una fornace. È la Depressione della Dancalia (o del Danakil), nella regione etiope dell’Afar, al confine con l’Eritrea: un catino sprofondato oltre cento metri sotto il livello del mare, dove le temperature medie annue sono tra le più alte mai registrate in un luogo abitato. National Geographic l’ha definita “il posto più crudele sulla faccia della Terra”. Per il viaggiatore estremo, è anche uno dei più straordinari.
Non è una meta per tutti, e non pretende di esserlo. Non ci sono resort, non ci sono strade asfaltate fino in fondo, non c’è ombra. Ci sono vulcani, sorgenti acide, carovane di dromedari e un popolo, gli Afar, che in questo ambiente vive da secoli. Chi arriva fin qui non viene per rilassarsi: viene per vedere com’è fatta la Terra quando nessuno ha ancora finito di sistemarla.
Un pianeta che si spacca
La Dancalia si trova sul punto d’incontro di tre placche tettoniche — africana, arabica e somala — che si stanno lentamente allontanando. È uno dei pochissimi luoghi al mondo in cui si può osservare dal vivo la nascita di un oceano: tra qualche milione di anni il Mar Rosso potrebbe riversarsi in questa conca e trasformarla in un nuovo braccio di mare. Nel 2005, nella vicina zona di Dabbahu, la terra si è aperta in poche settimane in una frattura lunga decine di chilometri, sotto gli occhi dei geologi.
Questo spiega tutto ciò che il viaggiatore incontra: il vulcanismo attivo, le fumarole, i campi idrotermali, le pianure di sale lasciate da antiche invasioni marine evaporate. Camminare qui significa attraversare un manuale di geologia a cielo aperto.
Le tappe dell’estremo
Dallol: i colori impossibili
Dallol è la cartolina della Dancalia, e la prima reazione di chiunque la veda è pensare a un fotomontaggio. Su una cupola di sale si aprono sorgenti calde ricche di zolfo, ferro e potassio, che depositano concrezioni dai colori irreali: giallo acido, verde smeraldo, arancio, bianco abbagliante, ocra. Le pozze sono tra le più acide del pianeta, i vapori pungono la gola e il paesaggio cambia di settimana in settimana, perché le sorgenti si spostano, si spengono e rinascono altrove.
Attenzione a dove si mettono i piedi: la crosta può essere sottile e, sotto, c’è liquido bollente e corrosivo. Si cammina solo dove indicano le guide.
Il lago di lava dell’Erta Ale
L’Erta Ale, “la montagna che fuma” in lingua afar, è un vulcano a scudo che per decenni ha ospitato uno dei rari laghi di lava persistenti del mondo. L’esperienza classica è la salita notturna: alcune ore di cammino su colate di basalto nero, alla luce delle frontali, per raggiungere il bordo del cratere e osservare il magma che ribolle e si squarcia in fontane incandescenti. Si dorme in ripari di pietra sul bordo, si scende all’alba.
L’attività del vulcano cambia nel tempo: dal 2017 il lago ha conosciuto fasi di svuotamento, tracimazioni e nuove aperture, quindi ciò che si vedrà dipende dal momento. Le guide locali sanno qual è la situazione aggiornata e fin dove è prudente avvicinarsi.
Il lago Karum e la via del sale
Il lago Karum (o Asale) è una distesa salina sterminata, dove l’acqua sottile al tramonto si trasforma in uno specchio che riflette il cielo. È qui che si assiste allo spettacolo più umano della Dancalia: l’estrazione del sale. Lavoratori afar e tigrini tagliano a mano, con asce e leve di legno, la crosta salina in blocchi regolari chiamati amole, che vengono caricati su dromedari e asini. Le carovane, lunghe file che avanzano nel calore, portano il sale verso gli altopiani, come avviene da secoli. In passato quei blocchi venivano usati persino come moneta.
È un lavoro durissimo, svolto in condizioni estreme: osservarlo richiede rispetto. Si fotografa solo dopo aver chiesto, senza intralciare.
Il lago Afrera
Lago salato più a sud, alimentato da sorgenti calde, l’Afrera è una tappa meno battuta ma di grande fascino, con saline tradizionali e la possibilità di un bagno in acque ad altissima salinità, dove si galleggia senza sforzo.
Lucy e la culla dell’umanità
La regione dell’Afar è anche uno dei luoghi chiave per la storia della nostra specie. Nel 1974, nella località di Hadar, nella valle del fiume Awash, fu scoperto lo scheletro parziale di una femmina di Australopithecus afarensis, vissuta circa 3,2 milioni di anni fa: la celebre Lucy, così chiamata dalla canzone dei Beatles che risuonava nell’accampamento dei ricercatori. Il sito si trova nel triangolo dell’Afar, a sud-ovest della depressione vera e propria, non dentro il cuore salino del Danakil. Ma attraversare questa terra significa comunque camminare dove i nostri antenati hanno mosso alcuni dei primi passi. Il fossile originale è custodito al Museo Nazionale d’Etiopia ad Addis Abeba, tappa ideale prima o dopo la spedizione.
Il popolo Afar
Gli Afar sono pastori nomadi e seminomadi, fieri e ospitali, ma anche gelosi custodi del proprio territorio. Nessuna spedizione si muove senza il loro coinvolgimento: sono loro a fornire guide, scorte e permessi, e la loro presenza è insieme garanzia di sicurezza e chiave di lettura del luogo. Conoscere, anche brevemente, il loro modo di vivere — le capanne di stuoie, l’allevamento di dromedari e capre, il commercio del sale — è parte integrante del viaggio.
Istruzioni per l’estremo
Mai da soli. La Dancalia si visita esclusivamente con operatori specializzati, di solito con partenza da Mekele, nel Tigray, oppure da Semera, capoluogo dell’Afar. Le spedizioni durano in genere da tre a cinque giorni, in fuoristrada, con autisti esperti, cuoco, guida afar e scorta armata, che è prassi obbligatoria. Si pernotta in campi spartani o all’aperto, su brandine sotto le stelle.
Sicurezza prima di tutto. L’area è di confine e politicamente delicata. Nel 2012 un attacco a un gruppo di turisti sull’Erta Ale causò diverse vittime, e il conflitto nel Tigray tra il 2020 e il 2022 ha bloccato a lungo il turismo nella regione; l’accesso è poi ripreso, ma la situazione può cambiare rapidamente. Prima di prenotare è indispensabile consultare la scheda sull’Etiopia di Viaggiare Sicuri della Farnesina, registrarsi su Dove Siamo nel Mondo e scegliere un operatore che conosca la situazione aggiornata sul terreno.
Quando andare. L’unica finestra ragionevole è la stagione più fresca, indicativamente da novembre a marzo. “Fresca” è un termine relativo: di giorno si superano comunque facilmente i 40 gradi. In estate il caldo diventa pericoloso.
Acqua, acqua, acqua. Si beve continuamente, anche senza sete, integrando sali minerali. Il colpo di calore è il rischio principale, più dei vulcani.
Equipaggiamento essenziale:
- scarpe da trekking robuste, con suola spessa, per lava tagliente e croste saline e acide;
- abiti lunghi, leggeri e chiari, cappello a tesa larga, occhiali da sole di buona qualità, crema ad alta protezione;
- lampada frontale con batterie di ricambio per la salita notturna all’Erta Ale;
- mascherina o bandana per i vapori sulfurei di Dallol;
- salviette, disinfettante, kit medico personale, eventuali farmaci abituali;
- sacco lenzuolo leggero per dormire all’aperto;
- protezione per la fotocamera da polvere, sale e calore.
Salute e documenti. Passaporto con validità residua adeguata e visto per l’Etiopia; consulto preventivo con un centro di medicina dei viaggi per vaccinazioni e profilassi; assicurazione sanitaria con copertura per evacuazione, verificando che includa le aree remote. La spedizione richiede una buona condizione fisica: non è un trekking tecnico, ma il caldo moltiplica la fatica.
Rispetto. Si chiede sempre il permesso prima di fotografare persone. Non si raccolgono minerali né concrezioni a Dallol. Si porta via tutto ciò che si è portato.
Perché andarci
Perché pochi luoghi al mondo mostrano in modo così brutale e così bello che la Terra è viva. Perché sul bordo di un cratere, di notte, davanti al magma che pulsa, si capisce in un istante quanto sia sottile la superficie su cui viviamo. Perché le carovane del sale raccontano una resistenza umana che sembra fuori dal tempo. E perché, a pochi chilometri dal luogo in cui una piccola ominide camminava più di tre milioni di anni fa, il viaggiatore estremo trova forse la risposta più onesta alla domanda che lo ha spinto fin lì: andare dove quasi nessuno va, per vedere il mondo com’era all’inizio.

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