AREA 51: VIAGGIO FINO AL CONFINE DEL LUOGO PIÙ PROIBITO D’AMERICA

 


AREA 51: VIAGGIO FINO AL CONFINE DEL LUOGO PIÙ PROIBITO D’AMERICA

Si può visitare? Che cosa c’è davvero oltre quei cartelli nel deserto del Nevada?

Esistono luoghi che diventano celebri perché milioni di persone li hanno visitati.

E poi esistono luoghi che diventano celebri esattamente per la ragione opposta: perché nessuno può visitarli.

L’Area 51 appartiene alla seconda categoria.

Il nome evoca immediatamente dischi volanti, corpi extraterrestri conservati sotto ghiaccio, hangar sotterranei, tecnologie aliene recuperate da astronavi precipitate e uomini vestiti di nero incaricati di impedire che la verità raggiunga il resto del mondo.

Ma proviamo per una volta a lasciare gli extraterrestri fuori dalla porta.

O, più precisamente, fuori dal cancello.

Perché la storia reale dell’Area 51 è forse meno fantastica di quella raccontata dalla cultura popolare, ma non per questo meno affascinante.

E soprattutto pone una domanda irresistibile per una rubrica dedicata ai luoghi proibiti:

fin dove possiamo arrivare?

Nel mezzo del nulla

Bisogna cominciare dal paesaggio.

L’Area 51 si trova nel Nevada meridionale, presso Groom Lake, all’interno del vastissimo Nevada Test and Training Range. È una regione desertica, circondata da montagne e grandi spazi quasi disabitati.

Proprio questo isolamento fu una delle ragioni fondamentali della scelta del luogo.

Nel 1955 gli Stati Uniti avevano bisogno di un posto nel quale sperimentare in assoluta segretezza un nuovo aereo da ricognizione capace di volare ad altitudini allora eccezionali: il Lockheed U-2.

Groom Lake sembrava perfetto.

Un enorme lago prosciugato forniva una superficie naturale utile alle operazioni di volo. Le montagne proteggevano la zona dagli sguardi indiscreti. Intorno esistevano già vaste aree militari e nucleari sottoposte a severe restrizioni.

Il presidente Dwight Eisenhower approvò l’inclusione dell’area nel territorio controllato dal governo e cominciò così una delle storie più segrete dell’aviazione americana.

Il luogo ebbe diversi nomi.

Watertown.

Groom Lake.

Paradise Ranch.

The Ranch.

Dreamland.

E infine quello destinato a diventare leggendario:

Area 51.

Paradise Ranch: benvenuti nel paradiso

Uno dei particolari più curiosi riguarda proprio il nome Paradise Ranch.

Immaginate di essere un ingegnere aeronautico negli anni Cinquanta e di ricevere una proposta di lavoro.

Destinazione: un lago prosciugato nel deserto del Nevada.

Temperatura poco invitante.

Nessuna città.

Nessuna famiglia.

Nessuna possibilità di raccontare agli amici che cosa state facendo.

Non sembra esattamente una promozione.

Clarence “Kelly” Johnson, il leggendario progettista della Lockheed, pensò allora che fosse necessario rendere la destinazione almeno linguisticamente più attraente.

La chiamò Paradise Ranch.

Il «Ranch del Paradiso».

Gli uomini che vi lavoravano arrivarono persino a chiamarsi ranch hands, lavoratori del ranch.

Dietro quell’innocente denominazione si stavano però sperimentando alcune delle tecnologie aeronautiche più avanzate del pianeta.

Che cosa c’era davvero nell’Area 51?

Qui la realtà comincia curiosamente ad assomigliare alla fantascienza.

Non perché siano documentati extraterrestri.

Ma perché gli aerei che venivano sperimentati erano talmente diversi da quelli normalmente visibili nel cielo che, per un osservatore degli anni Cinquanta o Sessanta, potevano davvero sembrare provenire da un altro mondo.

All’Area 51 venne sviluppato e sperimentato l’U-2, il celebre ricognitore capace di operare ad altissima quota.

Successivamente arrivò qualcosa di ancora più impressionante: l’A-12 OXCART.

Era un velivolo da ricognizione segretissimo progettato per volare a velocità superiori a Mach 3 e ad altitudini vicine ai 90.000 piedi. Per realizzarlo fu necessario affrontare problemi estremamente avanzati riguardanti titanio, carburanti, motori, navigazione, controllo del volo, contromisure elettroniche e riduzione della rilevabilità radar.

Una tecnologia che, vista da terra sessant’anni fa, doveva apparire quasi inconcepibile.

Ed è qui che alieni e storia reale cominciano a incontrarsi.

Forse gli UFO c’erano davvero. Ma erano nostri.

Durante gli anni Cinquanta e Sessanta aumentarono enormemente negli Stati Uniti le segnalazioni di oggetti volanti non identificati.

Qualcuno osservava nel cielo qualcosa che volava molto più in alto degli aerei conosciuti.

Che cosa poteva essere?

Il problema era che il governo non poteva rispondere:

«Tranquilli, è soltanto il nostro nuovo aereo spia segreto.»

Secondo una ricostruzione della CIA, i voli dell’U-2 e successivamente dell’OXCART contribuirono a più della metà delle segnalazioni UFO registrate tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta.

Il paradosso è magnifico.

Le persone vedevano davvero qualcosa che non erano in grado di identificare.

Le autorità sapevano almeno in molti casi che cosa fosse.

Ma non potevano dirlo.

Il segreto militare alimentava così involontariamente il mistero extraterrestre.

E più il governo taceva, più il pubblico pensava:

se non vogliono dirci nulla, allora devono nascondere qualcosa di enorme.

Ed effettivamente qualcosa nascondevano.

Solo che aveva le ali costruite dalla Lockheed.

E gli extraterrestri?

Qui bisogna distinguere il fascino della leggenda dalle informazioni verificabili.

Non esistono prove pubbliche attendibili che dimostrino la presenza nell’Area 51 di astronavi extraterrestri, corpi alieni o tecnologie provenienti da altri mondi.

La stessa CIA ha affrontato esplicitamente il mito, negando che nei sotterranei della base siano conservati alieni o dischi volanti.

Naturalmente, per chi crede nel complotto, questa è esattamente la risposta che la CIA dovrebbe dare.

Ed è questo il meraviglioso meccanismo psicologico che rende l’Area 51 praticamente indistruttibile come mito.

Ogni smentita può essere interpretata come conferma.

Ogni segreto suggerisce un segreto ancora più grande.

Ogni porta chiusa fa immaginare qualcosa dietro la porta.

Ma allora possiamo andarci?

Sì.

E no.

Possiamo andare verso l’Area 51.

Non possiamo entrare nell’Area 51.

La struttura militare di Groom Lake non è aperta al pubblico e l’accesso non autorizzato è vietato. Le informazioni turistiche ufficiali del Nevada ricordano esplicitamente ai visitatori che non si tratta di un’attrazione visitabile e che il perimetro militare è sorvegliato.

Quindi niente tentativi di scavalcare recinzioni.

Niente escursioni clandestine.

Niente ricerca notturna dell’hangar degli alieni.

Il vero viaggio consiste nell’avvicinarsi legalmente al mondo che si è formato intorno al luogo proibito.

Ed è proprio questo, forse, a renderlo più interessante.

L’Extraterrestrial Highway

Esiste davvero.

La Nevada State Route 375 è diventata ufficialmente famosa come Extraterrestrial Highway.

Attraversa un paesaggio che sembra costruito appositamente per un film di fantascienza: asfalto, montagne, deserto, cieli enormi e pochissime tracce della presenza umana.

Lungo il percorso il mito extraterrestre è diventato parte integrante dell’identità locale.

Cartelli stradali.

Murales.

Souvenir.

Installazioni dedicate agli alieni.

Luoghi dai nomi improbabili.

La strada stessa è diventata un viaggio dentro la mitologia dell’Area 51.

Rachel: il paese alla fine del mondo

Poi compare Rachel.

Una minuscola comunità del Nevada diventata una sorta di capitale terrestre degli appassionati di UFO.

Qui il deserto e la leggenda convivono tranquillamente.

Il luogo simbolo è il Little A’Le’Inn, diventato celebre fra viaggiatori, curiosi e cacciatori di extraterrestri. Rachel è il centro abitato più vicino alla zona ed è una delle tappe caratteristiche dell’itinerario lungo l’Extraterrestrial Highway.

E probabilmente proprio qui si comprende qualcosa di importante sull’Area 51.

Non è più soltanto una base militare.

È diventata un paesaggio culturale.

La segretezza ha prodotto una leggenda e la leggenda ha finito per trasformare un tratto quasi vuoto del Nevada in una destinazione.

Arrivare al confine

E poi arriva il momento più strano del viaggio.

Si lascia la strada principale.

Il paesaggio diventa sempre più vuoto.

Il telefono può diventare poco utile.

Il rumore della città è ormai un ricordo.

Polvere.

Montagne.

Cielo.

Una strada che sembra condurre da nessuna parte.

Finché qualcosa interrompe il viaggio.

Un cartello.

Un limite.

Un avvertimento.

Da quel punto in avanti il viaggio deve finire.

Non c’è un grande cancello cinematografico con la scritta AREA 51.

Non ci sono alieni che salutano dalle torrette.

C’è qualcosa di molto più efficace.

Non puoi continuare.

Ed è precisamente in quel momento che il luogo proibito esercita tutta la propria forza.

Che cosa vedremmo se potessimo entrare?

Probabilmente una base militare.

Piste.

Hangar.

Edifici tecnici.

Sistemi di comunicazione.

Infrastrutture dedicate alla sperimentazione aeronautica e militare.

E quasi certamente attività sulle quali il pubblico non dispone di informazioni complete.

Questo è il punto sul quale bisogna essere intellettualmente corretti.

Dire che non esistono prove di astronavi extraterrestri non significa sostenere che sappiamo tutto ciò che accade oggi a Groom Lake.

Non lo sappiamo.

Una struttura militare destinata storicamente allo sviluppo e alla sperimentazione di programmi classificati conserva, per definizione, attività che non vengono rese pubbliche.

Ma segreto non significa extraterrestre.

Significa segreto.

Ed è già abbastanza interessante.

Il vero mistero dell’Area 51

Forse il fascino dell’Area 51 non consiste in ciò che nasconde.

Consiste nel fatto che non possiamo verificare personalmente ciò che nasconde.

Viviamo in un’epoca nella quale possiamo osservare quasi tutto.

Con pochi gesti possiamo vedere immagini satellitari di città situate dall’altra parte del pianeta, attraversare virtualmente musei, osservare webcam installate a migliaia di chilometri di distanza.

L’Area 51 ci ricorda invece che esistono ancora luoghi nei quali la nostra curiosità incontra un confine.

E davanti a un confine l’immaginazione comincia immediatamente a lavorare.

Il viaggio perfetto verso un luogo nel quale non entreremo mai

Visitare l’Area 51 è dunque impossibile.

Ma viaggiare verso l’Area 51 è possibile.

Ed è forse ancora più affascinante.

Si attraversa il Nevada.

Si percorre l’Extraterrestrial Highway.

Si arriva a Rachel.

Si ascoltano racconti.

Si osserva il cielo.

Si attraversano chilometri di deserto.

E alla fine si arriva davanti a una linea invisibile oltre la quale qualcun altro ha deciso che non possiamo andare.

Non troveremo il disco volante parcheggiato accanto alla strada.

Probabilmente non incontreremo nessun omino verde.

Ma avremo raggiunto qualcosa che nel mondo contemporaneo sta diventando sempre più raro:

un autentico limite geografico alla nostra curiosità.

Forse è proprio questo il segreto dell’Area 51.

Non sappiamo esattamente che cosa ci sia oltre quel confine.

E finché quel confine rimarrà chiuso, continueremo inevitabilmente a immaginarlo.

Perché ogni luogo proibito contiene due luoghi.

Quello che esiste davvero.

E quello, infinitamente più grande, che costruiamo nella nostra immaginazione.


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